UNUCI Milano

Impiego di un nostro socio Ufficiale presso l'O.S.C.E.

 

Di seguito riporto una e-mail ricevuta dal S.Ten. f. lag. Francesco Annis in missione all'estero per conto dell'OSCE sino a fine di quest'anno ( 7 mesi !!!)

Kazbeg Report

Mount Kazbek 2004

 

ovvero

AVVENTURE DI UN TRIESTINO SARDO NEL CAUCASO

Titolo suggeritomi da un amico…

 Già da qualche settimana avevo deciso di accettare la proposta di Jim, un collega border monitor irlandese. Ex sottufficiale delle forze speciali, ora capitano di fanteria 44enne. “Scaliamo il monte Kazbek!( 5047 metri)”.

Il Kazbeg ( che in realtà in georgiano si chiama Mkinwari ) è il monte a cui fù incatenato il mitico Prometeo.

“Solo un border monitor, da quando è iniziata la missione è arrivato in cima, l’istruttore di alpinismo della missione.”

Da subito l’idea di raggiungere, senza precedenti esperienze alpinistiche ma solo di trekking, la terza cima del Caucaso mi era sembrata abbastanza stupida da essere accolta.

 

 

In realtà il presupposto è di salire lungo la via più facile, il versante russo della montagna. Accompagnati da una guida, l’impresa si prospetta dura, soprattutto per l’altitudine, ma non tecnicamente impegnativa.

“Cosa ci serve ?” prendiamo a prestito imbragature, ramponi, picozze da ghiaccio e un tiro di corda da 50 metri dall’atrezzatura di emergenza della base “solo per assicurarsi” e il primo week end in rotazione a Tbilisi decidiamo di andare.

 Martedi arriviamo all’aeroporto di TBS, caldo porco,… noi con zainoni da spedizione himalayana attiriamo gli sguardi “astonished” dei georgiani.

Jim telefona alla guida che conosce: prezzo 450 USD a testa. Ci accompagnerebbero con i cavalli fino alla stazione meteorologica (3600 metri), cibo, musica e portatori tutto compreso. Rifiuto decisamente di pagare quella cifra. 

Nella migliore tradizione di “in gita con Annis” prendo in mano la situazione, telefono a un truffaldino georgiano (che millanta la nonna italiana..) conosciuto in luglio con Barbara a Kazbegi (il villaggio più vicino alla nostra meta).

Dopo un quarto d’ora a gesti (al telefono) realizziamo che: il tempo non è un granchè e la guida ci costa 200 USD a testa (già meglio).

Dico a Jim: “giovedi andiamo, vediamo di persona com’è il tempo, strapazziamo la guida e poi vediamo.”

Infatti giovedi mattina, soliti zainoni, picozze, corda etc. Andiamo a prendere alla stazione Didube di Tbilisi la “Marshrutka” per Kazbegi.

La marshrutka NON E’ , come potreste pensare, una prostituta post sovietica!! E’ il principale mezzo di trasporto della Georgia. Qui nessuno va da nessuna parte senza marshrutka.

Praticamente un Ford transit (minibus) scassatissimo in cui entriamo in 16 !!!! Dopo quattro ore e mezzo di viaggio (costo 8 lari..4 Euro) arriviamo al villaggio. La strada ve la racconto un’altra volta, ma Barbara ne sa qualcosa.

 A Kazbegi (1850 m.s.l.m.) prendiamo alloggio e subito troviamo una guida, anzi TRE. Concludo per 100 USD a testa. L’idea è di partire l’indomani mattina presto (NON RIDETE!!), venerdi.

 In serata troviamo altri due complici, un border monitor della vicina base di SNO, Carrol (USA, ex USMC) e Oren, turista israeliano 23enne ex paracadutisti. Sulla carta il team può funzionare. L’americano non è capace neanche di farsi lo zaino, lo prendo in giro. Da buon lagunare gi urlo: “Canoe” J (rivalità tra anfibi).

 La guida inizia a controllare le nostre attrezzature: “vestiti OK”, l’equipaggiamento OSCE è assolutamente all’altezza. Oren invece non ha niente, lo vestiamo con l’equipaggiamento nostro in eccesso.

Primo problema. I nostri scarponi, per quanto costosi e adatti all’alta montagna, non sono fatti per i ramponi da ghiaccio, tantomeno per quelli che la guida ci deve prestare (roba sovietica anni settanta), non sono abbastanza rigidi. Ne proviamo ventiquattro paia e, alla fine, arrangiamo qualcosa.

 Partiamo venerdi alle 11.15 (NON RIDETE!). Zaini sui 18 kg, iniziamo la salita. Passiamo la chiesa di Tsminda Sameba, guadiamo numerosi torrenti. Le prime due guide corrono come stambecchi, non si fidano delle capacità di noi turisti e quindi vogliono arrivare al campo base prima del buio. Forse vogliono anche sfinirci, non sono convinte che il tempo tenga e preferiscono indurci alla rinuncia.

  

Dopo sei ore arrivamo a destinazione (il tempo previsto era di otto ore). Il campo base è la stazione meteorologica più alta della Georgia (3650 metri).  Costruzione sovietica ora abbandonata utilizzata come rifugio alpino. Attorno montagne di rifiuti, soprattutto vecchio equipaggiamento: decine di batterie stranissime, motori elettrici, antenne…boh.

Passiamo la notte ma riusciamo a dormire solo un paio d’ore. Sarà il mal di montagna ?? (orrenda prospettiva che nessuno ha il coraggio di affrontare) magari solo la stanchezza per i 1850 metri di dislivello coperti, magari per tutte e due le cose.

 Il sabato restiamo ad acclimatarci, tra litri e litri di the caldo, cibo fetido (provate a cucinare una pasta di marca turca, su un fornelletto da campeggio, a quella quota !!) e previsioni per l’indomani.

 Arriva la terza guida. Ha soli 55 anni ma sembra ne abbia 75. Il vecchio della montagna !!! L’aspetto comunque è solido..e si capisce che comanda lui. Parla solo georgiano o russo.

 Sveglia alle 02.00 della domenica. Il vento all’esterno soffia fortissimo, però la guida dice che si può andare. Ci vestiamo, nello zaino solo acqua, cioccolato e mars, giaccone di piuma e attrezzatura da alpinismo/ghiaccio. Le guide indossano tute da sci russe anni settanta e occhiali da saldatore al collo.

L’atmosfera, prima di uscire, è quella in un aereo prima del lancio dei paracadutisti. Il vecchio, bastone da passeggio di legno nodoso in mano, (inquietante) è il primo alla porta. “Gaumarjos!” esclama (Vittoria!.è il brindisi georgiano) socchiude la porta, il vento la spalanca..e parte.

 Lenti lenti, alla luce delle torce, avanziamo su un ghiaione gigantesco in fila indiana. Lungo la via incontriamo strane presenze: una croce di metallo, resti arrugginiti di equipaggiamento per rilevazioni meteo.

 A quota 3800 incontriamo il ghiacciaio. Sosta, infiliamo gli imbraghi, i guantoni, ci assicuriamo tutti in cordata, piccozze in mano. 20 minuti per assicurare i ramponi.

 Avanziamo sul ghiacciaio di notte e l’esperienza è emozionante. Sembra un po’ un’immersione notturna. Camminiamo piano, sentiamo solo i nostri respiri, come con le bombole, le torce illuminano solo la porzione di ghiaccio innanzi a noi….e saliamo.

 A quota 4000 il ghiaccio da sporco si fa pulito, poi sempre più bianco e coperto di neve. Saltiamo uno alla volta numerosi crepacci. In lontananza si sentono dei botti spaventosi! Il ghiaccio in alcune parti della montagna si spacca e provoca come dei tuoni. 

 A quota 4200 raggiungiamo finalmente il plateau ! era la nostra meta minima in caso di maltempo. Stiamo girando attorno alla montagna, praticamenteavevamo iniziato la salita lungo il fianco est e ora siamo quasi a ovest. Tecnicamente siamo in Russia ! naturalmente non ci sono guardie di confine qui.

 Albeggia, ci aspettiamo di fare almeno una sosta ma la guida (che non ha smesso un attimo di gridare in georgiano…come se stesse incitando una muta di cani da slitta ) non ci pensa neanche.

Ha annusato che il tempo sta cambiando e vuole arrivare in cima.

Usciamo dal plateau a quota 4600 e iniziamo a salire diagonalmente il versante ghiacciato di questo che è poi un vulcano spento. Pendenza sui 45 gradi.
Ho paura di non farcela per l’altitudine. Ho letto cose spaventose: gente che vomita..che ha l’edema, che muore nel sonno, che gli cade il pisello !! Consulto l’altimetro che mi ha regalato Barbara con trepidazione, 4700.

Non ci credo, nessun sintomo sto bene e mi è passato anche il mal di testa. 

Certo, mi devo fermare con una certa frequenza per qualche secondo, è dura e non sono abituato ai ramponi. Continuiamo a salire e sento le gambe pesantissime.

Praticamente ora, ogni 5 passi devo fermarmi. Solo per 10 secondi ma mi devo fermare. Cinque passi e una sosta. Davanti a noi solo un muro bianco, infinito. Intanto il cielo si è coperto di nuvole e il vento è diventato fortissimo.

Le guide gridano! Il più giovane traduce: “dobbiamo arrivare in cima alla svelta, il tempo “is getting worse and worse” .

Ormai non guardo neanche più l’altimetro che è andato abbondantemente fuori scala. Carrol perde i ramponi più volte e le guide glieli devono riallacciare.Sensazione stranissima. Sto bene, sono assolutamente presente, non ho freddo (eccettuate le mani), segno che ho azzeccato l’equipaggiamento. Mi tornano in mente le notti in truna al lago Palù. Quando ci chiedevamo: ma a che serve questo addestramento invernale ? Ecco, a qualcosa serve !

Non ho il fiato corto ma le gambe, sempicemente, dopo 5 o sei falcate perdono potenza e mi devo fermare.

Mi accorgo di aver mangiato solo mezzo Mars congelato (non un Mars mezzo congelato) e di non aver bevuto niente da quando siamo partiti. Chiedo acqua (dimenticata alla base, Simone!) ma quella nelle borracce degli altri e tutta congelata. Mangio un po’ di neve.

Ancora cinque passi, poi una sosta, ancora cinque… Incredibilmente arriviamo sulla sommità, senza accorgercene!
E’ tutto bianco dappertutto. Davanti a noi solo un cono completamente ricoperto di ghiaccio con qualche roccia qua e la alto una cinquantina di metri. E’ la cima.

 Il vento è insopportabile, non riusciamo a stare in piedi. Cambiamo metodo di assicurazione. La guida più giovane comincia a salire l’ultimo tratto (difficoltà 3B dicono..che sarà mai ?) Arrivato in cima assicura la corda (tutto il tiro da 50) che arriva fino alla base del cono. Ci assicuriamo tutti alla corda principale con i cordini e il nodo Prussik.  Sono il primo a salire.

 So che devo dosare le energie perché è l’unica parte un po’ difficile e non ho mai scalato il ghiaccio blu prima. Punto un rampone, do un colpo di picozza, pianto l’altro rampone, faccio scorrere il Prussik verso l’alto.

 In tanto mi accorgo che non è così semplice. Se azzecchi il colpo la piccozza penetra nel ghiaccio e tiene, se fallisci il ghiaccio solo si spacca e tu resti come un pirla con la piccozza in mano K.

 Mi sembra strano ma effettivamente sto salendo, gli altri aspettano alla base del cono accucciati nella neve. Quando sono bello contento della mia salita (sorpreso direi..) mi urlano da sotto: “hai perso un ramponeeeeee….. In realtà : “You’re loosing a crampoooooooooonnnnnnn” che fa molto più ridere.

 Cazzo. Immaginate un parete liscissima di ghiaccio inclinata di circa 60 gradi. Sto fermo (congelato direi) e chiedo gentilmente alla guida: “cosa devo fare ?” Risposta: “devi continuare usando solo la picozza (una) e un rampone. “ 

 “DEVI” (l’ha detto in inglese e in maiuscolo) raggiungere le rocce. Penso che sia impossibile, semplicemente.

Però provo, so di avere una bella forza nelle braccia e al momento non sono stanco.

Piccono come un matto e mi compiaccio. Quasi arrivo alle rocce. Tre metri, due metri, un metro. 

Niente, continuo a picconare una porzione di ghiaccio che continua a spaccarsi. In quel momento mi si stacca anche l’altro rampone e cado. Cadooooooooooooo!!!!!! Carefuuuuuuuuul!!! 

Il nodo Prussik scivola un po’ e poi blocca.  Resto appeso come un mona (come uno stupido) con un vento che non potete capire. In compenso ho un caldo incredibile e sudo! Mi acorgo che sto stringendo la corda con tutte le mie forze…e in quella maniera non c’e’ allenamento che tenga, prima o poi molli. 

Le guide urlacchiano cose incomprensibili. Poi una mi avvicina e mi dice che devo mettermi in piedi sul ghiaccio tipo corda doppia e scendere spostando il Prussik. E qui ringrazio Enzo Negroni e le sue lezioni di corde in UNUCI perché veramente, con due balzi (qualcuno in più ..dai) , riesco a scendere e a raggiungere i miei compagni. 

Sono un po’ frastornato ma tutto è OK. Nel frattempo è iniziata una tormenta di neve e ghiaccio fortissima. La guida ritira la corda e decide di tornare indietro. In cima ci siamo, 5020 o 5046, la differenza con questo tempo non c’e’. Tanto non si vede un tubo comunque.

 Iniziamo una discesa a rotta di collo ma la nebbia, la neve , il vento… non si vede un tubazzo.

Tutti sono stanchi, io scendo senza ramponi ma, naturalmente, sono più lento. Perciò decidiamo di fermarci e provare a rimetterli. OK, da allora non si staccheranno più fino alla stazione meteorologica.

Le guide conoscono bene la montagna…. ma come al solito, la conoscenza di un po’ di teoria della navigazione terrestre non guasta. Noi border monitor riusciamo a convincerli e imbocchiamo la strada più diretta. Sono solo le 09:30 del mattino !! uno perde la dimensione del tempo in questo mare bianco.

 Alle 11:30 finalmente raggiungiamo il plateau (4200) e scattiamo la foto che vi mando.

 

  La guida estrae la grappa (capiamo che è finita ;-). Oren, l’israeliano esclama : “oh Jesus !” Tutti lo guardiamo con aria interrogativa. (è una spia russa o si tratta di conversione ??? J )

 Camminiamo rilassati nella tormenta fino alla stazione meteorologica che raggiungiamo alle 14:00 dopo esattamente 11 ore.

 Alla stazione meteorologica finalmente mi viene fame, mi ingozzo di carne in scatola, the, miele, vodka…tutto quello che trovo. La guida si prepara per andare a fare un riposino.

 Jim e Carroll cominciano a dire che hanno voglia di farsi una birra. Quando dicono così naturalmente vuol dire che ne vogliono bere almeno 6 a testa.

In poche prole vogliono scendere a valle. La guida georgiana li guarda con gli occhi fuori dalla testa. Io cerco di calmarla: “ sono irlandesi…americani..cosa dobbiamo fare….” La guida anziana intanto si è rivestita, si è rimessa lo zaino e..”Gaumarjos!” è scomparsa nella tormenta sbattendo la porta.

 Alla fine ci rivestiamo, affardelliamo gli zaini e iniziamo una discesa che mi è sembrata infinita.

Dopo quattro ore di cammino, alle 20.00, raggiungiamo finalmente di nuovo Kazbegi. 

In totale domenica abbiamo camminato per 15 ore, abbiamo superato 1400 metri di dislivello in salita e 3200 metri in discesa.

 Le guide georgiane ci hanno detto che non hanno mai incontrato prima un super-team come il nostro.

Quanto a me…hanno trovato il modo di prendermi un po’ in giro: “Nobody can climb the blue ice without crampons ! ..you almost did….” J