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La sveglia è alle 3.45 di venerdi 30 giugno. Con qualche difficoltà comprensibile a causa della bevuta di quattr’ore fa, metto insieme le idee, carico mimetica, stivaletti, ed attrezzatura varia nel borsone e monto sul motorino. Appaio qualche minuto dopo sotto casa di Riccardo, che mi accoglie giulivo, incredulo di vedermi in perfetto orario.
Carichiamo la macchina con tutte le nostre masserizie, più bottiglie di vino nostrano, giocattoli e gadget vari da portare alla famiglia che ci ospiterà su a Volkenschwand Lungo la strada rileviamo Giobatta, anche lui di ottimo umore e ci lanciamo sul raccordo e poi in autostrada.
Un migliaio di chilometri, alternandoci alla guida. Sotto le nostre ruote scorrono Firenze, Modena, Bolzano, poi il Brennero, Innsbruck, Berchtesgaden, poi la Baviera; aggiriamo Monaco, Landshut ed infine, verso le 18, i segnali indicano Volkenschwand.
Non vengo qui dall’edizione del 92. La Baviera è sempre affascinante; distese di colline appena accennate, campi di grano e altissimi filari verde cupo di luppolo che ci lasciano ben sperare sull'andamento della serata. Qui producono la "Graf Arco" che, forti del ripreso spirito da caserma, non esitiamo a definire, più che una birra, un atto sessuale.
Un'atmosfera familiare ci accoglie, predomina il chiazzato, teli di camion, uniformi, ragazzoni biondi vocianti e l'allegria genuina della sana località di provincia alle prese con una manifestazione militare; qui nessuno ha ancora spiegato alla popolazione ignara quali oscuri miti di militarismo noi rappresentiamo. Arriviamo alla casa dei nostri ospiti, saluti, risate, rispolvero il mio tedesco di quando lavoravo da queste parti nell’84 e poi indossiamo fieramente le nostre mimetiche.
La serata trascorre nella migliore tradizione, sulle panche del capannone attrezzato dalla pro loco. Giganteschi boccali strabordanti schiuma, belle canzoni tedesche, allegre e malinconiche, narrano del vento gelato delle foreste dell’ovest e dell’erica sulla brughiera, così come di rulli di tamburo e di sfida alla morte. I tedeschi rimangono sempre stupiti a vederci intonare insieme a loro "Rot scheint die Sonne" o "Wild Gänse rauschen durch die Nacht". Si fa subito amicizia, ormai hanno imparato la differenza tra noi ed altri esempi di italiani che ci hanno preceduti in diversi contesti. Riccardo ed io parliamo tedesco, Giobatta inglese, il nostro atteggiamento ci qualifica per delle persone europeamente civili. Solo un attempato ed arcigno Oberwachmeister segue accigliato i nostri discorsi e di tanto in tanto, ci tira un’occhiataccia.
Ci informiamo sul nostro turno per la partenza e ci accordiamo per la sveglia. Riccardo la mattina preferisce avere più tempo per fare con comodo e già una volta sono rimasto a sbadigliare e battere i denti per tre quarti d'ora prima del nostro turno, così lo avverto subito che, se si azzarda a tirarmi giù dalla branda prima delle 5, sono legnate
All’ora convenuta si salta giù (si fa per dire...), colazione energetica, usciamo di casa in punta di stivaletti e ci avviamo verso il punto dell'adunata
Il maresciallo ci dà il "Los", il tempo parte e ci vengono fornite carte topografiche della zona e un elenco di punti da individuare in 5 minuti. Le coordinate sono di tipo rettangolare (quelle classiche, x,y) e polare (punto di partenza, angolo e distanza). Riccardo è molto preciso, ma un pò lento e non ci si spartisce i compiti; così sforiamo e perdiamo un pò di punteggio.
Pazienza, tentiamo di recuperare; le lettere tracciate sulla carta vanno ora trasformate in luoghi ove calcare le suole: partiamo di corsa per le vie del paese, li becchiamo uno per uno, timbrando ogni volta il foglio di marcia con il punzone in loco. Scorrono le romantiche abitazioni tradizionali con tetti spioventi, staccionate e balconi di legno, cascate di gerani coltivati dentro tronchi scavati e riempiti di terra; ovunque una pulizia che non ha niente di arido o innaturale. In breve ci lasciamo dietro l’abitato, si alternano il chiarore solare dei campi di grano con il buio dei boschi di abeti alti 20-30 metri.
Troviamo la prima delle stazioni su cui si articola il percorso: tiro a 20 metri con la leggendaria veterana Walther P38. Ce la cavicchiamo per non averla mai usata, pianto in bersaglio due colpi su cinque, grazie al prezioso consiglio di correggere a destra; senza ne avrei piantati tre.
Ripartiamo di buon trotto, ogni tanto prendiamo la corsa per guadagnare tempo. Alla prova successiva, l’ufficiale segna il tempo di arrivo e ci spiega di che si tratta: attraversamento di un tratto di bosco in atteggiamento tattico. Ci vengono forniti gli ottimi mitragliatori G3 ricamerati in 22 e tre granate a testa. Ci sparpagliamo lungo una decina di metri, Giobatta al centro fornisce la copertura e Riccardo si porta con qualche balzo su un appiglio tattico, seguito da me; discorso reciproco e Giobatta ci raggiunge. Un istruttore grida “Feindlicher Angriff!”, attacco nemico e, oltre il limitare del bosco, a 15-20 metri da noi, si alzano due sagome. Lì dove siamo, cominciamo a sparare, l’istruttore ci indica un quadrato di pietre che simula la postazione; lanciamo le nostre granate e viene dato l“Ende!”. Neanche una granata è rimasta nel quadrato, ma il comportamento nel complesso è stato soddisfacente. E poi se la buca fosse stata vera, le granate non sarebbero mica rotolate fuori, no? I nostri esaminatori segnano punteggio e tempo di partenza e ci salutano, dopodichè ci rilanciamo nella pugna.
Usciamo dal bosco, Riccardo mi riempie di accidenti e di “ma quando ti decidi a crescere?!” ogni volta che mi fermo a salutare un cane o a rastrellare i cespugli di lamponi. E’ costretto a rinunciare, Giobattone a vedere il rosso dei frutti, caccia un palmo di lingua felpata e, con la scusa delle vitamine, ci facciamo una scorpacciata. Riprendiamo, sempre di buon passo, sotto il sole che comincia a picchiare. Punzonata dopo punzonata, si arriva alla terza prova: riconoscimento mezzi. Io sono sempre stato una schiappa, lascio volentieri la stecca a Giobatta che è un’autorità. Ne imbrocchiamo certi si e certi no e ci riavviamo per la campagna bavarese. Mi riviene in mente una bellissima canzone dei Lanzichenecchi, “Wilde Gesellen”, Camerati selvaggi; in essa, la malinconica enumerazione delle loro peripezie si concludeva con il verso “Riprende la marcia nella foresta tenebrosa: il sole su noi non tramonta”.
Cominciamo ad essere un pò spompati ed, alla successiva stazione, approfittiamo volentieri dei minuti di attesa. Poi, ci vengono nuovamente distribuiti i G3: c’è da attraversare una strada minata su due corde tese tra due tronchi, atteggiamento tattico. Parto io, afferro quella superiore, poggio i piedi sull’altra, sfioro una culata per terra a causa delle corde lente e mi barcamento fino alla sponda opposta. Mi dispongo dietro un albero, tenendo sotto tiro davanti e parte Riccardo. “Feindlicher Angriff!”, due sagome saltano su, tiro una raffica sulla prima e, la classe non è acqua, mi sottraggo alla reazione nemica con un balzo felino a terra; metto male il G3 e prendo in pieno con la faccia il gruppo di puntamento. Una sberla micidiale; nel fornire la copertura a Riccardo, mi rendo conto che sto insanguinando il calcio del G3. E’ da considerare come già il semplice ambito addestrativo stimoli le doti reattive del soldato; magari, in un’altra situazione mi sarei fatto venire gli scompensi, qui mi gaso ancora di più. Sopraggiunge Giobatta che mi dice allarmato “Ma stai sanguinando…!” ed io “Non ho tempo di sanguinare!” (cfr. Arnold Schwarzenegger su “Predator”).
La guancia si sta gonfiando, metto in mano ad un soldato, la mia macchina fotografica e gli chiedo una foto con la “Kriegverletzung”, la ferita di guerra. Giobatta mi incerotta e ripartiamo; i tedeschi ci salutano sorridendo, ma li vedo perplessi.
Per strada incontriamo dei corazzati austriaci, due battute, qualche notizia sui rispettivi reparti e ripartiamo. Dopo un pò, un tedesco giovanissimo ci chiede di unirsi a noi perché ha mandato a quel paese il suo caposquadra. Si chiama Mark, gli diamo il benvenuto; come quasi tutti qui, è estremamente educato e dobbiamo ingiungergli di darci del “Du” e non del “Sie”. Chiacchieriamo, io gli racconto che, a pochi chilometri dal mio paese, ce n’è uno di nome Mandela, anticamente Bordella, termine il cui suono è internazionale. Specifico che in quel posto andavano a svagarsi i mercenari tedeschi di Corradino di Svevia, al tempo della battaglia di Tagliacozzo; ancora addesso, gli abitanti della zona hanno tutti gli occhi azzurri. Mark è inorgoglito e Riccardo ne approfitta per elucubrare sulla presenza di sangue germanico negli angoli d’Europa, appoggiato da Giobatta, nella vita civile archeologo.
Dobbiamo attraversare una striscia di pascolo delimitato da filo elettrico; metto la mano sul filo, Mark afferra il senso della mia dichiarazione successiva e si scompiscia. Le mucche si assiepano verso di noi e ci muggiscono minacciosamente; una squadra di Fallschirmjäger sopraggiunge, li avverto del periglio, loro sghignazzano, scavalcano e passano. Io accuso loro e le loro mucche di slealtà.
La stanchezza si fa sentire, tiro fuori i miei integratori mineralvitaminici; Riccardo estrae il suo Ginseng al miele e cita la definizione data al prodotto da sua moglie Marinella (anche lei aviobrevettata) "il Viagra dei poveri". Inevitabile goliardume da caserma, arrivano maligne insinuazioni e profferte di collaborazione, cui Riccardo risponde a tono. Arriviamo alla prossima stazione del Calvario: smontaggio armi in ambiente tattico.
In 5 minuti si deve smontare, indicare le procedure di pulizia e rimontare due G3 ed una MG; io mi metto direttamente a prendere il fresco. L’istruttore è molto comprensivo sulla nostra ignoranza per quanto riguarda le armi locali e ci aiuta con i fucili. Appena rimontati, esplodono colpi nel bosco, rispondiamo subito e la prova è finita. Poteva andar peggio. Mark incontra un suo compagno di squadra, anche lui scompaiato e ci saluta.
Ripartiamo, un pò provati, verso il punto successivo, e qui sono guai. Sono un pò seccato dal fatto che Riccardo monopolizzi la lettura della carta e decido di trovare io il punto successivo. Si tratta di coordinate polari, l’angolo ha la doppia definizione (sessagesimali e millesimi) priva dei pallini indicativi, ambedue le cifre sono al di sotto di 360, aggiunta la nostra stanchezza e la mia distrazione, faccio confusione. Per colmo di sfiga, esattamente ove indicato risulta un punto notevole, una congiunzione di sentieri. Come sempre, quando uno decide di affermarsi, succede qualcosa per cui fa una figura da cani. Un gentile contadino ci insegue con il suo trattore con cui dava il verderame al luppolo e ci avverte di non aver visto nessuno nella direzione che abbiamo preso. Noi, saccenti, ringraziamo il villico e proseguiamo. Qualche chilometro, prima di renderci conto dell’errore e dobbiamo tornare stanchi morti al punto di partenza.
Arriviamo al punto successivo di pessimo umore, io con in più i sensi di colpa. Stavolta si tratta di puntamento carri con il Panzerfaust 4; va utilizzato il geniale reticolo di puntamento di cui è dotato questo lanciarazzi. Anzitutto si inscrive la sagoma del mezzo in un rettangolo scelto da una serie di dimensioni decrescenti, disposta lungo il diametro verticale del mirino; più lontano è il mezzo, più piccola è la sagoma apparente, più va alzata l’arma per inquadrarlo; in questa maniera si determina implicitamente l’alzo. Ognuno di questi rettangoli reca ai due lati una coppia distanziata di croci di puntamento ove inquadrare il mezzo, a seconda della direzione e la velocità. Qualora il mezzo sia diretto verso il puntatore, la sua sagoma viene invece contornata in un quadrato contenuto nel rettangolo e, ovviamente, non è previsto aggiustamento laterale.
I carri nemici sono raffigurati in cartelli poco distanti, la velocità viene fornita dall’esaminatore. Mi viene da pensare che intanto che facevamo i nostri calcoli, saremmo già finiti sotto i cingoli, ma si deve pur imparare.
Prima ero diventato acido con Giobatta sul fatto che si presentasse alle gare non in allenamento, ora come ora devo quasi corrergli dietro. In un modo o in un altro, raggiungiamo la prova successiva: soccorso di un ferito. I militari che ci accolgono, ci inviano dentro un fosso poco più alto di noi. All’improvviso, una raffica seguita da grida strazianti. Sul prato, poco oltre il fosso un ragazzotto con la spalla insanguinata si contorce. Decidiamo il da farsi, io fornisco la copertura a fuoco, gli altri applicano compresse e fasciature ed, infine, lo tiriamo giù nel fosso e gli poggiamo le gambe in alto per far affluire sangue al cervello.
Il volenteroso giovanotto locale si è prestato a lamentarsi e farsi sbatacchiare ad ogni passaggio di pattuglia. Il soccorso medico è stato effettuato correttamente, ma abbiamo sbagliato ad applicarlo sul posto, invece di mettere prima lui e noi al sicuro.
Un ufficiale con un’austera barbetta bianca ci consola, assicurandoci che stiamo per rientrare nella Zivilisation. Effettivamente si torna a valle, la cartina indica un punto in riva al fiume che bagna una cittadina sottostante; lì ci aspetta l’attraversamento di un corso d’acqua su canotto di gomma. Ne sono estremamente felice, dato che tutte e due i menischi mi hanno ceduto e procedo arrancando. Arriviamo e montiamo sul canotto; c’è da percorrere un tratto di fiume, aggirare delle boe e tornare al punto di partenza. Giobatta ha fatto canottaggio e, seduto a poppa, ci coordina. Riccardo ed io pagaiamo con quanto fiato abbiamo in corpo. A chi non è mai montato su un mezzo del genere, può non sembrare poi tanto difficile farlo andare dritto: un accidente, se non si è più che attenti a dosare ritmo ed energia, succede di tutto. Ricordo alla Volkenschwand del 92, quando una squadra italiana di cui non faccio il nome, si accinse a traversare un lago e stettero diversi minuti a girare come trottole in un senso e poi nell’altro, allontanandosi e riavvicinandosi alla riva, il tutto fra un nugolo di ordini, contrordini e bestemmie in un imprecisato dialetto del norditalia. I tedeschi sono composti e noi avremmo dovuto offrire sostegno morale, ma non ce la facemmo e ridemmo sguaiatamente per tutto il tempo. Per fortuna erano ragazzi di spirito e risero anche loro.
Noi questa volta salviamo la faccia ed arriviamo in un tempo decente. Abbandono a malincuore il morbido appoggio per le mie ginocchia sinistrate e guadagno la riva. Qui mi incrocio con un caporalmaggiore giovanissimo, 23-24 anni, con il brevetto sul taschino. “Fallschirmjäger?” mi chiede, “Jawohl!”. Ci prendiamo subito in simpatia, mi scappa di dirgli che trovo molto bella la loro Feldmütze, il berretto di servizio e che spero in serata di trovare dove comprarne una. Per tutta risposta, si mette una mano in tasca e mi porge la sua; sono imbarazzato da tanta gentilezza, cerco di rifiutare, ma rischio di offenderlo. Lo ringrazio mille volte, poi penso alla mia lizard modello Battaglia di Algeri. Mi è stata donata 11 anni fa dal tenente Bertotti del 2° btg, ma, a pensarci bene, il valore affettivo è qualcosa che ti puoi portare dietro comunque, con il valore aggiunto di aver fatto un regalo ad un camerata. Gliela cedo, ci stringiamo la mano “Alvise!” “Fabian!” e la fratellanza d’armi è stretta. Anche la Feldmütze lo è, io sono molto più grosso di Fabian e sulla testa mia sembra un profilattico, ma, calcandomela bene, ci possiamo scattare la foto.
Siamo arrivati alla fine del calvario, ma ci aspetta ancora il clou: biathlon. Un chilometro di corsa ed un caricatore di G3, due giri così, ogni squadra deve fornire due elementi. Tento uno scatto, ma le ginocchia mi danno forfait; con mia grande vergogna devo cedere il giro. Giobattone e Riccardo partono; sbuffano, inciampano a causa delle ore di fatiche alle spalle, spariscono, riappaiono dopo qualche minuto e raggiungono la linea di tiro. I bersagli sono dei dischi di lamiera a 50 metri; quando vengono colpiti cadono, dopo la serie vengono rialzati con una corda tirata dall’istruttore. I due ripartono, scompaiono di nuovo per ricomparire più morti che vivi; si gettano di nuovo sulla linea e ricominciano a sparare. Si piazzano discretamente, specialmente Giobatta, dopodichè crollano vicino al tronco su cui sono seduto io in stato semiconfusionale. Ne approfitto per scattare delle foto, oltre che a loro, ai ragazzi dell’Anpdi di Trieste, adesso alla prova.
E’ finita. Scambio due chiacchiere con un bestione scuro, con uno strano accento; guardo il nome sulla mimetica, Turudic; “Hrvaska” mi spiega, croato. Dei camion vengono a prenderci, siamo tritati ma felici; buttiamo le suole infangate contro le sponde. Con Riccardo intoniamo il “Panzerlied” “Sui monti e sui mar” in tedesco, per capirci, ma gli altri sembrano poco disposti ad una cantata e così lasciamo perdere. Ci scambiamo le impressioni, in italiano tra di noi e in tedesco con gli altri, Giobatta trova sempre qualcuno che parli inglese e così rilassandoci, torniamo a Volkenschwand.
Cerco qualcuno per ricucirmi lo sbrego sulla guancia, un soldato mi indica il mezzo di soccorso dove posso trovare il sergente di sanità. Piacevole sorpresa: il Sanitäter è una Sanitäterin, una sventola di rossa sui trent’anni, simpaticissima peraltro. Mentre mi spennella con il mercuriocromo e mi assicura che non occorrono punti, provvedo a sciorinare tutto il mio fascino katanghese e il mio british humor, nell’uscire, le apro la portiera, le cedo il passo e la saluto con un profondo e seducente “Danke schön, Fräulein” che neanche Roger Moore. L’effetto è fulminante: sorride, risponde “Nichts zu danken!”, si gira e se ne torna dentro a fare gli affari suoi.
Pazienza, la castità è una delle virtù del cavaliere; in serata qualche tedesco mi consiglierà di darmi una mazzata in testa e riprovarci. E’ il momento della sfilata per le vie del paese; la gente si vede scorrere quest’insieme variegato di uniformi, baschi di vari colori, penne alpine e così via, preceduto dalla banda locale in calzoncini di pelle e cappelli piumati. Purtroppo non abbiamo molto pubblico, per via delle cresime che si stanno tenendo nel paese vicino. Non che ci tenga a sentirmi applaudito (Sanitäterin a parte), ma è sempre propaganda di stile militare.
Alla premiazione, scorrono le varie squadre premiate e no; una squadra si presenta al completo in bermuda colorati e maglietta del Bayern Football, mi scappa una battuta sull’uniforme di gala e, vicino a me qualcuno sghignazza: è Fabian. Dopo la cerimonia ce ne andiamo sotto il tendone dove ci incontriamo con gli altri. La birra fa buon sangue, facciamo amicizia con il tenente Weber dell’armata congiunta franco-tedesca, l’ufficiale medico Gernhuber, ritroviamo Mark. Birra e risate, risate e birra. Racconto loro del mio sfregio, con il risultato di farli sganasciare: gruppo di puntamento si dice “Kimme”, ma devo averlo pronunciato male, perché un suono analogo si riferisce all’organo femminile; mi consigliano di sbatterci contro più spesso. Solo l’Oberwachmeister della sera prima ci guata, sempre più torvo. Non oso pensare a cosa possano avergli fatto gli italiani.
La ragazza sul palco canta arie tradizionali, tutti si alzano in piedi quando viene intonato l’inno bavarese, Riccardo è già sbronzo, ma sfoggia ugualmente la sua notevole cultura sulla storia e letteratura locali.
Esco dal capannone e finalmente trovo qualcuno che cercavo dal giorno prima: la piccola Claudia. Edizione del ’92: tornando dall’esercitazione, avevo incontrato due ragazzine. Calcai il mio cappello in testa alla prima, le feci un paio di foto e chiesi alla mamma l’indirizzo per spedirgliele, cosa che poi feci. La piccola mi rispose, raccontandomi della sua scuola, del suo cane e del suo cavallo e mi chiese se fossi voluto diventare suo Schreibfreund, amico di penna. Ci siamo scritti per questi otto anni, promettendoci prima o poi di rincontrarci ed ora eccoci qua. Solo che ora lei ha vent’anni, è alta poco meno di me e lasciamo perdere il resto. Baci e abbracci, tengo a mente il mio ruolo di semizio-amico di penna, per non parlare della mia pelata e dei vent’anni di più e restiamo un’ora buona a raccontarci tutto, il suo ragazzo che l’ha piantata, le mie cagnette che scappano.
Ad un certo punto sento l’impressione di un trapano sulla nuca: il benedetto Oberwachmeister ci ha visti e si è piantato a tre metri da noi con le braccia incrociate e ci fissa, nero dalla rabbia. Faccio fatica per non sbottare a ridere e continuo a chiacchierare con Cläudichen, finchè il buonuomo non gira i tacchi e se ne va sbuffando fumo dalle narici.
Una notte di meritato riposo, una mattina assolata, Fabian in borghese ci viene a portare la maglietta della sua compagnia ed una bellissima amaranto con l’emblema dei Fallschirmjäger, più un CD con le loro marce. Calorosi saluti, un carniere di indirizzi ed e-mail di parà locali per scambi ed inviti alle gare nostrane; carichiamo una cassetta di Graf Arco in macchina per future necessità, ancora saluti e due forzate colazioni a suon di insaccati e birra dai vari ospiti di questi giorni e si parte. Si torna alla vita borghese. Ma un pò più ricchi e distaccati; si sopporterà meglio.